John Donne

John Donne nasce a Londra nel 1572 da un ricco mercante di ferramenta, fu educato dalla madre Elizabeth, figlia del drammaturgo J. Heywood e pronipote di Thomas More in ambiente cattolico. Dal 1584 studiò a Oxford. Frequentò (1591-1594) l'istituto legale di Lincoln's Inn. Soldato e cortigiano, partecipò alle spedizioni del conte di Essex a Cadice (1596) e alle Azzorre (1597). Nel 1601 sposò Anne More, nipote del guardasigilli lord Egerton di cui John Donne era segretario. Un matrimonio contrastato. Risale a questo periodo la conversione all'anglicanesimo. Fu diacono nel 1615. Dopo lunghi anni di gravi difficoltà, gli morì tra l'altro l'amatissima moglie, predicatore ormai celebre, fu eletto decano di Saint Paul (1621). Poco prima di morire, gravemente malato, nel 1631, John Donne pronunciò il quaresimale Il duello della morte (Death's duel), capolavoro del 'barocchismo macabro'.


Nessun uomo è un'isola 

Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa. 
La morte di qualsiasi uomo mi diminuisce,
perché io sono implicato nell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.


il sogno


Per nessun altro,amore,avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema alla ragione,
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno,lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e le favole,storia.
Entra tra queste braccia. Se ti parve
meglio per me non sognar tutto il sogno,
ora viviamo il resto.

Come il lampo o un bagliore di candela
i tuoi occhi,non già il rumore,mi destarono.
Pure (giacchè ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l'arte di un angelo,
quando interpretasti il sogno,sapendo
che la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti,confesso
che profano sarebbe stato crederti altro da te.

Il venire,il restare ti rivelò:tu sola.
Ma ora il levarti
mi fa dubitare che tu non sia più tu.
Debole quell'amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore,di pudore,di onore.
Forse, come le torce che debbono esser pronte
sono accese e rispente,così tu tratti me.

Venisti per accendermi,vai per venire. E io
sognerò nuovamente

quella speranza,ma per non morire.


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